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The Feelies

Mucchio Selvaggio
Issue 393/18 – 24 aprile 2000 

di GIANLUCA TESTANI

 

Di gruppi che vanno e vengono è piena la storia del rock, ma di gruppi che restano non ce n’è tanti, a ben vedere. Perché, in sostanza, per restare bisogna dire o aver detto qualcosa di significativo in termini di successo o di rivoluzione di schemi. Dei quattro album pubblicati, i Feelies hanno venduto poche migliaia di copie, e dunque non restano per motivi commerciali. Quanto al clamore ottenuto presso la critica coeva grazie all’istintiva capacità di configurare un nuovo linguaggio espressivo, il quintetto di Haledon ha già invece posto la sua bella stella dorata sul marciapiede del rock’n’roll. Rock’n’roll in senso vocazionale, naturalmente, giacché Million e Mercer mai diedero l’impressione di voler lavorare con le dodici battute velocizzate e con tutti gli altri stereotipi del genere, lasciandosi condizionare piuttosto dal frenetico rutilare underground dei Velvet, dal minimalismo dei primi Modern Lovers, dalle schizofrenie dei Talking Heads. Esordirono poco più che bambini con un album che oggi trovate in uno smagliante vinile bianco e una copertina con quattro facce da nerd. Non immaginereste mai che dentro quei solchi ci sia il piccolo genio della piccola chimica risultante dall’intersezione dei folli ritmi di Anton Fier (poi con Lounge Lizards e Golden Palominos) e Keith De Nunzio con le chitarre spiritate di Bill Million e Glenn Mercer, le menti di questo straordinario progetto chiamato Feelies. Un progetto seminale, detto senza il rischio di abusare del termine. Tracce dei Feelies sono riscontrabili in decine e decine di gruppi anglo-americani degli anni novanta, probabilmente anche in molti di quelli non ancora formati, quelli che verranno in futuro. Se entrate in una sala prove con il vostro nuovo gruppo e quel che vi viene non è un legnoso tempo in quattro quarti e non è il rassicurante incedere del mainstream e non è la bella forma cantata del pop da classifica e non è il virtuosismo chitarristico, sappiate che i Feelies sono lì da qualche parte, in un angolo nascosto ma non invisibile. Crazy Rhythms, uscito vent’anni fa per la Stiff (il vinile di cui s’è detto è invece opera postuma della tedesca Line), pur se acerbo e impulsivo come può esserlo il disco d’esordio di quattro giovanissimi circa-intellettuali circa-newyorkesi, rappresenta ancora oggi un folgorante esempio di sovvertimento di schemi, in quanto pospone l’impatto ritmico-melodico alla ricerca di uno spleen originale e di non facilissima lettura. Un’opera fisica e cerebrale insieme, centrata com’è sul cantato proto-slacker di Million e Mercer e su una lettura suburbana del rock’n’roll segnato dal folk e dall’esatto contrario dell’aggressività scenica del punk. Prendete i Velvet, scremateli di tutto l’armamentario art, portateli fuori dall’ambientazione noir dei garage d’avanguardia e disponeteli su un terreno di confine tra il cemento periferico e un prato fiorito: avrete, più o meno, i Feelies. L’accento bucolico dei quali verrà reso ancora più marcato nel successivo The Good Earth, disco che segna l'assestamento della line-up intorno a Million e Mercer, con Dave Weckerman alle percussioni, Brenda Sauter al basso e Stan Demeski alla batteria. Co-prodotto da Peter Buck, The Good Earth fece sperare in una nuova possibilità per il quintetto, ma così non fu. Alcuni brani erano quanto di meglio l’alternative rock americano di metà anni ottanta potesse offrire, ma l’aspetto anonimo dei componenti il gruppo, la loro ritrosia ad esibirsi in pubblico, la testarda rinuncia a qualsiasi compromesso commerciale lo tennero ai margini del mercato che conta. Nemmeno il successivo Only Life, un disco spaventosamente maturo, bello sotto ogni profilo, il gradino più alto raggiunto dai Feelies, riscosse un successo tale da confortare le lodi espresse dai più avveduti critici contemporanei. Così quando uscì Time For A Witness, nel ’91, sembrò chiaro che il paniere discografico della band non avrebbe superato le quattro unità. Benché anche Witness contenesse canzoni di eccelso livello, infatti, si avvertì subito la sensazione che il gruppo stesse tornando pericolosamente sui propri passi. Sembrò che Million e Mercer non avessero più energie per avanzare. Guardando con meraviglia allo splendido successo odierno degli Yo La Tengo, originariamente affini al chitarrismo nervoso e minimale dei Feelies, adesso non resta che constatare quanto poco coraggio abbiano avuto al tempo Million e Mercer, i quali piuttosto che virare in una forma più attuale e aggiornata delle proprie geniali intuizioni, altro non seppero fare che sparpagliarsi. Mentre i R.E.M., a loro debitori in più modi, raccoglievano finalmente i frutti dell’insistente lavoro fatto da indipendenti, e gli Yo La Tengo prendevano qualche rischio nel tentativo di ricostruirsi un futuro credibile, i Feelies cessarono d’esistere. Bill Million lasciò il mondo della musica per un lavoro normale; Glenn Mercer e Dave Weckerman provarono a restaurare l’antico feeling con i Wake Ooloo, troppo simil-Feelies per esser veri (tre album ultra-indipendenti all’attivo), mentre ora pare siano pronti a tornare con i Sunburst, insieme al vecchio compagno Stan Demeski, che nel frattempo ha collezionato tre album con i Luna e qualche sporadica partecipazione in dischi altrui; Brenda Sauter, infine, dopo aver fatto quattro album con gli Speed The Plough (progetto che vedeva coinvolti a vario titolo anche gli stessi Million e Demeski), formò i Wild Carnation insieme a suo marito, Richard Barnes. L’eredità resta, dunque, ma il presente è sparso.

 

Ringrazio il Mucchio Selvaggio, il suo direttore Max Stefani 
e l'autore Gianluca Testani per la gentile concessione

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